Le pizzette di pan carrè
Le pizzette di pan carrè
Il cibo, per Elda, era stato da sempre una questione molto seria.
Fin da quando, bambina, il regalo di Natale suo e delle sorelle consisteva in un’arancia. Rossa, sugosa e saporita.
Durante la guerra, contro la fame, l’avevano assistita diverse fortune.
Anzitutto il suo lavoro di cassiera alla Cooperativa del paese. Grazie a certe conoscenze del gestore erano riusciti ad accedere al mercato nero e ad aggirare il razionamento del cibo, regolato dalle tessere annonarie. Rettangoli colorati, distribuiti ogni due mesi dai municipi, che servivano per procurarsi qualche alimento, al prezzo di code infinite.
“La fame non l’abbiamo mai patita, noi” si vantava con orgoglio, ancora da anziana.
Di grande utilità era stato anche il campo di suo nonno, il Pà Peder, che era rimasto a badare alle tre ragazze quando loro padre era fuggito in Francia con la moglie. Lui, onorevole socialista, si era rifiutato di tesserarsi al partito fascista come certi amici suoi. Venivano con la camicia nera, di sera, a cercarlo. Battevano i manganelli sulla porta d’ingresso e urlavano: “Vogliamo Spagnoli. Dateci Spagnoli”. Ma lui era già oltre confine, a fare il muratore per mantenere la famiglia.
Nella terra del Pà Peder ci avevano piantato le patate. Lei e sua sorella Nadia le raccoglievano. A cuocere la minestra, nel paiolo sul camino, ci pensava invece lui.
Poi c’era stato Carletto, il suo amico macellaio, che riusciva a procurarle della carne saporita. Finché un giorno, a fine guerra, l’aveva schernita con un verso: “Hi oh, hi oh”. L’aveva appreso così, Elda, che quel disgraziato le aveva fatto mangiare tutto quell’asino, spacciato per altro.
Da giovane sposa, si era distinta per i manicaretti con cui allettava l’Aurelio, suo marito.
“Gli uomini si conquistano anche a tavola” le aveva insegnato il Pà Peder. E lei lo aveva preso in parola. Primo, secondo, verdura e frutta due volte al giorno. Di domenica anche il dolce. Le sue specialità erano i primi: gnocchi, pasta tirata a mano e lasagne col ragù. Ma si cimentava in vari esperimenti, variare il più possibile era per lei un punto d’orgoglio. Difficilmente ripeteva lo stesso menù due volte in un mese.
Certo, c’erano certi giorni particolari dell’anno in cui le pietanze erano sempre le stesse. Ravioli in brodo di terza per Natale. L’agnello a Pasqua. Il vitello tonnato a Ferragosto. E il dolce col mascarpone per il compleanno dell’Aurelio, lui ne andava pazzo e di cambiare non ne voleva proprio sapere.
Nel condominio di Via Lepontina a Milano, dove si erano trasferiti, erano stati i primi ad acquistare il televisore. Tutti i giovedì sera venivano a casa diversi vicini, a guardare Lascia o Raddoppia. A l’Aurelio non è che Mike Bongiorno fosse poi così simpatico, lei sospettava che fosse geloso. Elda, invece, non si perdeva una parola. Ogni ospite si portava una sedia da casa, che per tutti non ce n’erano. E lei preparava i dolcetti, o la torta. Pastafrolla, sempre. Che serviva col nocino fatto in casa.
Ma era d’estate che, in vacanza al paese, poteva davvero scatenarsi. Salsa di pomodoro, giardiniera, marmellate e conserve per tutto l’anno. Era anche un modo per ritrovarsi con le sue sorelle nella grande cucina della vecchia casa, dove avevano traghettato la guerra, col Pà Peder. E dove, quand’era morto, avevano fatto una seduta spiritica in soffitta, per poter comunicare ancora con lui. Solo che il tavolino che avevano utilizzato aveva preso a ballare tutte le notti, impedendo il loro sonno. Finche’ era venuto il prete a benedirlo e ad ammonirle di non farlo mai più.
A sua figlia Antonia aveva trasmesso la sua passione e le sue competenze, fin da quando era bambina. E lo stesso aveva poi fatto con sua nipote, Lea. La cucina è una cosa di famiglia, ripeteva sempre. Va passata nelle generazioni. Se non ti insegnano tua nonna e tua mamma, forse che può farlo un estraneo?
Cucinare per lei era un atto creativo. E anche d’amore. Perché nutri gli altri con qualcosa che viene da te. Il tuo impegno, il tuo tempo, le tue scelte. Pazienza se in un battibaleno ti fanno fuori il lavoro di ore. E’ così che funziona.
Ingiustizie non ne aveva mai fatte. Era per la par condicio. E anche Thomas, il cane dei suoi nipoti, aveva diritto al suo menù preparato con cura.
Quando, ormai vedova, li invitava a pranzo il mercoledì, pretendeva che usciti dal liceo passassero da casa a prenderlo. Appena lo vedeva lo salutava dicendogli: “Purcel de la nona” e il barboncino la ricambiava con grandi movimenti di coda e generose leccate, i suoi baci. Quando glielo lasciavano in custodia sosteneva che fosse molto schizzinoso. Il prosciutto del giorno prima lo annusava ma glielo lasciava lì, nella ciotola. Voleva quello fresco il signorino, quell’altro toccava finirlo a lei, la nona.
Ma la soddisfazione più grande era arrivata con il concorso di “Confidenze”, la sua rivista preferita. Bisognava presentare una ricetta che fosse molto semplice e veloce nella preparazione.
Elda aveva partecipato con un piatto di sua invenzione, le pizzette con il pan carré. Facilissimo, e molto gustoso.
Metti un po’ d’olio in una teglia e poi distendi le fette di pane. Le farcisci con pelati, formaggio, prosciutto, olive, origano e acciughe. Sovrapponi un altro strato di pan carré e imbotti nuovamente. Cuoci in forno a 180° per mezz’ora e poi servi in tavola.
L’avevano chiamata a casa, per dirle che aveva vinto. Non se l’era mai scordato quel momento, quando aveva risposto al grande telefono nero appeso alla parete della cucina. Poi era dovuta andare in redazione, che emozione! L’avevano trattata con grande gentilezza e aveva ricevuto molti complimenti. Capirai, per così poco. Ma volevano venire un giorno a pranzo da lei, loro signori giornalisti? Così poteva fare sul serio e mostrare di cosa era capace.
La sua ricetta era stata pubblicata, accompagnata da una foto che le avevano scattato. Per l’occasione si era messa gli orecchini della nonna Marietta e il rossetto rosso. Le piaceva come era venuta.
Il premio era consistito in un frullatore. Di quelli belli, grande e moderno. L’aveva esposto sul buffet e a tutti quelli che venivano a trovarla lo mostrava e raccontava la storia.
Avevano preso in tanti, poi, a cucinare le sue pizzette. Compresa sua sorella Nadia. Quello sì che era stato una grande godimento, perché non si può negare che un po’ di competizione ai fornelli ci fosse, tra le due.
Ma di certo Elda si fregherebbe le mani per la contentezza, a sapere che ancora oggi, dopo così tanti anni, le sue pizzette continuano a essere preparate e divorate in altre tavole, rispetto a quelle imbandite da lei.
E immancabilmente, a fine serata, qualcuno degli ospiti chiede la ricetta.
Quel che è ben fatto è per sempre, direbbe.
